Approfondimenti

Dott.ssa Erika Rossi
20 febbraio 2018
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Buongiorno! 🙂

Oggi vorrei parlarvi di risultati.

Credo che sia evidente un po’ a tutti come pullulino intorno a noi persone che si sentono in grado di “dare una dieta” a chicchessia. Per non parlare di tutto ciò che si può trovare sul web o anche sulla carta stampata.

Per fortuna, poi ci sono anche figure professionali formate per questo, cioè seguire un paziente in un percorso dietetico, e autorizzate dalla legge a farlo. Io rientro in questo piccolo (rispetto al precedente gruppo citato) insieme.

Un’informazione che a me piacerebbe avere quando devo scegliere di rivolgermi ad un professionista è questa: ma che risultati ottiene di solito col suo intervento?

Ci tengo, quindi, che le persone che sceglieranno di diventare miei pazienti nel 2018 siano a conoscenza dei risultati da me ottenuti nel 2017.

Iniziamo a dare i numeri!

Chi erano i nuovi pazienti del 2017?

Totale pazienti
Media Min Max
Età 45,52 12,00 75,00
Altezza (m) 1,64 1,48 1,82
Peso iniziale (kg) 81,61 59,90 112,00
Circonferenza vita iniziale (cm) 95,88 68,00 127,00
BMI iniziale (kg/m2) 30,39 22,30 44,50

Erano pazienti in media di circa 45 anni e mezzo, alti in media 1,64 m e con un peso iniziale medio di circa 82 Kg, corrispondente a un indice di massa corporeo medio di circa 30 Kg/m2.

L’indice di massa corporea (vedi anche il post https://www.assaporalasalute.it/il-mio-peso-e-sbagliato/ del 27 settembre scorso) è un numero che permette di classificare il peso; si calcola dividendo il peso espresso in chilogrammi per il quadrato dell’altezza espressa in metri. In media i pazienti che si sono presentati da me l’anno scorso avevano un peso corrispondente ad un’obesità di primo grado.

Non tutti i pazienti hanno ancora concluso il percorso, dipende da quando hanno iniziato e da qual era l’obiettivo concordato insieme. Considerando i pazienti che hanno iniziato il percorso nel 2017 e che a dicembre 2017 avevano concluso il percorso o lo avevano iniziato da almeno due mesi, cosa possiamo dire di loro?

Che in media hanno 47 anni, sono alti 1,64 m e quando hanno iniziato il percorso pesavano in media 84Kg con un indice di massa corporea corrispondente ad un’obesità di primo grado.

Pazienti che hanno concluso il percorso nel 2017 o sono pazienti da almeno 2 mesi
Media Min Max
Età 46,97 17,00 75,00
Altezza (m) 1,64 1,48 1,79
Peso iniziale (kg) 84,32 59,90 112,00
Circonferenza vita (CV) iniziale (cm) 97,76 68,00 118,00
BMI iniziale (kg/m2) 31,50 23,11 44,46
Peso finale (kg) 79,28 59,20 110,00
Circonferenza vita finale (cm) 94,34 68,00 114,00
BMI finale (Kg/m2) 29,52 22,02 39,68
Differenza % Peso -6,23% -15,93% 1,29%
Differenza % CV -3,62% -13,71% 1,49%

E alla fine del 2017? Pesavano il 6% in meno e non rientravano più nella fascia dell’obesità, in media.

Addentriamoci un po’ nelle differenze. Ovviamente un paziente lievemente sovrappeso avrà necessità di un decremento ponderale inferiore a un paziente con un peso classificabile nella fascia dell’obesità.

BMI prima rilevazione Peso medio 1° rilevazione BMI medio 1° rilevazione Peso medio ultimo controllo BMI medio ultimo controllo Tempo medio prima – ultima visita (mesi) Differenza % Peso media
normopeso 66,77 23,76 63,93 22,84 3,00 -3,81%
sovrappeso 73,00 27,39 69,36 26,01 3,75 -4,98%
obesità I grado 86,27 32,34 80,22 30,03 4,54 -7,10%
obesità II grado 97,53 36,10 91,26 33,79 3,29 -6,41%
obesità III grado 109,60 44,46 97,80 39,68 3,00 -10,77%
Totale 84,32 31,50 79,28 29,52 3,94 -6,23%

Considerando i vari gradi di obesità:

  • i pazienti con obesità di primo grado, in media, dopo 5 mesi hanno perso il 7% del peso iniziale,
  • quelli con obesità di secondo grado dopo 3 mesi hanno perso il 6% del peso iniziale,
  • quelli con obesità di terzo grado dopo 3 mesi hanno perso l’11% del peso iniziale.

Gli Standard italiani per la Cura dell’Obesità 2016-2017 raccomandano:

“L’intervento di correzione dell’obesità, in assenza di altre specifiche indicazioni terapeutiche, deve mirare alla riduzione di circa il 10 per cento del peso iniziale, soprattutto nel caso di obesità di I o II grado, o di franco sovrappeso, in un tempo ragionevole, da 4 a sei mesi. Solo in caso di Obesità di III grado la necessità della riduzione di peso iniziale risulta essere superiore a questa quota convenzionale del 10 per cento, obiettivo che, tuttavia, resta difficile da conservare nel lungo termine. In sostanza è stato possibile osservare che la stabile perdita del 10 per cento del peso corporeo iniziale, ottenuta con perdita prevalente di tessuto adiposo, è adeguata a correggere la componente morbigena dovuta alla eccessiva adiposità.” (Pag. 45)

Quindi i miei risultati del 2017 sono in linea con quanto raccomandato dalla Società Italiana dell’Obesità (SIO) e dall’Associazione italiana di Dietetica e Nutrizione Clinica.

Ci sarebbe molto ancora da scrivere, ma ringrazio chi ha avuto la pazienza di arrivare fino a qua. Vorrei concludere con un altro sguardo ai pazienti.

I buoni risultati non li fa il dietista, li fanno il dietista e il paziente insieme. E io sono davvero grata ai pazienti che ho conosciuto nel 2017: motivati ad assaporare di nuovo la salute e splendide persone.

Grazie per il percorso che abbiamo condiviso o stiamo ancora condividendo! 😀

 


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Buongiorno! 🙂

Il 2018 è iniziato da quasi un mese, ormai, ed io ho quasi ultimato le visite di monitoraggio del peso di pazienti che per l’ultima volta avevo incontrato prima di Natale.

Questo mi fornisce lo spunto per l’argomento di questo articolo: gli ingozzatori. Non che ci si imbatta in questi solo durante le festività, certamente, però, più spesso durante le feste, dato che aumentano le occasioni conviviali.

Gli ingozzatori sono quelli che ti invitano a casa propria con l’unico scopo di alimentarti il più possibile. Scrutano con attenzione il tuo piatto e, quando sta per svuotarsi – non aspettano neppure che sia vuoto – lesti, lo riempiono. A un timido cenno di protesta, possono rispondere in più modi, ma in generale, le opzioni più frequenti rientrano in due categorie:

  • Non ti piace?!?
  • Non sarai mica a dieta?!?

In un caso si insinua il senso di colpa, nell’altro quello di vergogna.

E non è detto che questi ingozzatori agiscano soltanto a casa, possono trovarsi anche a cene organizzate in locali, o a buffet di festeggiamenti.

Come difendersi senza risultare scortesi?

In un libro interessante ed utile per molti aspetti* ho trovato un paragrafo dedicato proprio alle strategie per dire no a questi ingozzatori.

Una tattica potrebbe essere quella di prendere una minuscola porzione iniziale, lodare ogni (piccolo) boccone che mangiamo e poi chiederne con entusiasmo un’altra. A questo punto, dovremmo poter tranquillamente declinare il tris, visto che abbiamo richiesto il bis!

Tuttavia, se il pranzo prevede dieci portate, può essere necessario semplicemente dire no:

  1. Sembra davvero delizioso. Se solo avessi ancora del posto!
  2. Non riesco davvero a mangiare un boccone in più.
  3. Se ne mangio un altro morso, esplodo. Mi piacerebbe, però, poterne portare un po’ a casa!
  4. Mamma, so che vorresti che io ne mangiassi di più, ma sono pieno. Visto che il cibo è il tuo modo per esprimermi affetto, perché, invece di riempirmi il piatto, non mi dai un abbraccio?

Vi assicuro, per esperienza personale, che la numero tre riscuote molto successo, gratifica molto la cuoca o il cuoco e, inoltre, vi fa risparmiare il giorno dopo il tempo ai fornelli. Ma non esagerate con la quantità che vi portate a casa! 😉

Vorrei aggiungere altre due possibili strategie per declinare.

La prima è di una mia paziente che, quando le amiche insinuano che lei mangi troppo poco perché a dieta, risponde:

  1. Non sono a dieta, semplicemente non voglio ingrassare!

L’altra l’ho vista in atto ad un rinfresco serale dopo una riunione. Alcune donne avevano cucinato dolci molto appetitosi e li offrivano con entusiasmo, riuscendo a vincere varie proteste.

Una signora anziana, sorridendo e guardando negli occhi l’ingozzatrice, disse semplicemente:

  1. Grazie, ma non ho fame.

Che semplicità!

Ricordiamolo: quando siamo in salute, si mangia, quando si ha fame (biologica). Non per noia, gola, nervosismo, accondiscendenza…

Si mangia, se, e solo se, si ha fame!

 

Buon 2018 in forma! 😎

 

*Breitman, P., Hatch, C. How to say no without feeling guilty. 2000


Dott.ssa Erika Rossi
20 dicembre 2017
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Buongiorno! 😊
Oggi parliamo di… coraggio.

Sentiamo una voce autorevole dei primi anni del 1800: “… ci vuole coraggio sia a prevenire l’obesità, sia a guarirne.” *

E leggiamo il vocabolario on line della Treccani alla voce coraggio: “Forza d’animo nel sopportare con serenità e rassegnazione dolori fisici o morali, nell’affrontare con decisione un pericolo, nel dire o fare cosa che importi rischio o sacrificio (…)”.

Non si può negare che intraprendere un percorso di dimagrimento richieda sacrificio. Sono necessari dei cambiamenti nell’alimentazione e nello stile di vita in generale che, almeno all’inizio, richiedono un grande impegno.

Allora qui vorrei lodare il coraggio di tanti miei pazienti, facendo solo alcuni esempi.

Il coraggio di chi:

  • tutte le mattine ha deciso di alzarsi mezz’ora prima per fare esercizio;
  • tutti i giorni cucina innumerevoli piatti diversi, perché non è riuscito a convincere la famiglia a seguirlo nel suo cambiamento o perché i vari membri della famiglia mangiano ad orari diversi;
  • nonostante sia finita una relazione, e si trovi quindi in un periodo emotivamente difficile, è deciso comunque ad impegnarsi per uno stile di vita più sano;
  • è riuscito a dire basta alla mamma che continuava ad offrire cibo in quantità da sfamare un esercito;
  • ha inserito due sere dopo cena una camminata sul tappeto meccanico perché proprio di più al momento non può fare;
  • non si è smarrito durante un buffet, ma è riuscito ad avere consapevolezza delle sue scelte;
  • ha comprato il contapassi e registra fedelmente i progressi;
  • ha imparato a leggere le etichette e a scegliere di conseguenza;
  • vuole migliorare il suo stile alimentare per aiutare i figli a non avere problemi col peso;
  • ogni giorno cucina un piatto diverso, sano e bello, senza cedere mai alla routine;
  • resiste allo spuntino dopo cena sul divano;
  • ha scoperto che andare in bicicletta gli piace e fa bene, anche all’ambiente;
  • si sforza di cucinare ogni giorno, anche se vive da solo;
  • sgarra (ai pazienti piace molto questo termine), ma poi recupera, più determinato di prima;
  • ha iniziato a camminare e ha scoperto che può fare a meno dell’auto quasi sempre;
  • di fronte a un inaspettato problema di salute di un genitore, ha comunque deciso di trovare il tempo e la forza per portare avanti il cambiamento del proprio stile di vita, perché ha acquisito la consapevolezza che solo stando bene potrà aiutare gli altri;
  • trova sempre il modo di fare attività fisica: si è rotto il tapis roulant? Sale le scale 50 volte al giorno! Fa troppo freddo per camminare fuori? Corre in casa!
  • alle cene organizzate in cui ognuno porta qualcosa, è andato controcorrente e ha portato verdura e frutta per tutti.

Davvero, complimenti a tutti voi! E auguri di cuore un Natale ricco di soddisfazione:

buon Natale, pazienti coraggiosi! 😀

 

*Brillat-Savarin J.A., Fisiologia del gusto o meditazioni di gastronomia trascendente, Slow Food Editore, 2008.


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Buongiorno! 🙂

Oggi parliamo di ferro.

Quando si è dietiste trovare attimi in cui scordarsi che lo si è può essere difficile. Le principali occasioni di socialità ruotano intorno al cibo che sia il pranzo dai parenti, il rinfresco per una festa, la pizza con le amiche. In tutti questi contesti non mancherà qualcuno a chiedere un parere: non mangi il pane perché hai preso le patate? Perché hai ordinato quella pizza? È meglio? 🙄

A una delle ultime cene con le mie amiche, due di loro se ne escono con queste affermazioni:

– Il medico mi ha detto che ho poco ferro, quindi ho smesso di essere vegetariana e ho iniziato a mangiare il pollo.

– A me ha detto che ho troppo ferro, quindi non mangio più i legumi. 😯

Vediamo di fare un minimo, per non dilungarsi troppo, di chiarezza.

A cosa ci serve il ferro? È un componente essenziale di molte nostre proteine, necessario per il funzionamento di molti enzimi e forse il ruolo per cui è più famoso è come componente dell’emoglobina che lo rende indispensabile per il trasporto dell’ossigeno dai polmoni ai tessuti.

In quali alimenti troviamo il ferro? Qui dobbiamo distinguere tra due tipi di alimenti: quelli vegetali, che contengono soltanto ferro non eme, e quelli animali che contengono anche ferro eme. Le due forme di ferro sono assorbite diversamente dal nostro organismo: il ferro eme è assorbito tra il 15% e il 35%, quello non eme tra il 2% e l’8%.

Vediamo solo alcuni valori:

Alimento Fe (mg/100 g)
Milza di bovino 42
Fegato di suino 18
Corvina 14,4
Cacao amaro in polvere 14,3
Crusca di frumento 12,9
Fagioli 9-8,8
Fegato di bovino 8,8
Lenticchie 8
Rene di bovino 8
Radicchio verde 7,8
Pistacchi 7,3
Polmone di bovino 6,7
Ceci 6,4
Anacardi 6
Rana 6
Cozza 5,8
Lupini 5,5
Rucola 5,2
Cavallo 3,9
Spinaci 2,9
Bovino adulto 1,9-1,8
Pollo 0,6

Fonte: http://nut.entecra.it/646/tabelle_di_composizione_degli_alimenti.html

Alcune osservazioni:

  • le frattaglie sono gli alimenti a più alto contenuto di ferro eme;
  • il pollo tra le carni se la cava maluccio, la mia amica dovrebbe cambiare obiettivo;
  • i legumi sono tra gli alimenti a più alto contenuto di ferro; è tuttavia ferro non eme, quindi meno assorbibile. L’altra mia amica dovrebbe quindi eliminare altro dalla dieta.
  • La storia di Braccio di Ferro ci aveva un po’ ingannati: gli spinaci non sono tra i vegetali che contengono più ferro 😥

Possiamo migliorare o peggiorare l’assorbimento del ferro dagli alimenti che noi mangiamo? Possiamo migliorarla abbinandoli ad acidi organici come acido ascorbico e acido citrico, cioè strizzando del succo di limone o di altri agrumi sugli alimenti, per esempio. Peggiorarla abbinandoli a fitati e fibre (crusca, legumi, cereali integrali), calcio e fosforo (latticini), acido tannico (tè e cioccolato), polifenoli (tè, caffè ecc.).

Di quanto ferro abbiamo bisogno? Dipende, ovviamente. Almeno dall’età e dal sesso. I LARN stabiliscono come assunzione raccomandata per la popolazione adulta (dai 18 anni) 10 mg al dì, 18 mg al dì per le donne in età fertile.

Termino questo breve excursus sul ferro augurando a tutti noi una salute… di ferro! 😎

 

Bibliografia: SINU, Società Italiana di Nutrizione Umana. LARN – Livelli di Assunzione di Riferimento di Nutrienti ed energia per la popolazione italiana. IV revisione. Milano, 2014.


Dott.ssa Erika Rossi
22 novembre 2017
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Buongiorno! 😊

Oggi parliamo di H2O, cioè di acqua.

Per la mia esperienza con i pazienti nella top ten delle abitudini più difficili da cambiare si classifica l’aumentare l’assunzione di acqua giornaliera. In generale c’è molta resistenza a controllare quanta acqua si assume, perché non si pensa all’acqua come a qualcosa di importante, e scarsa disponibilità ad incrementare l’acqua bevuta, di nuovo perché non la si considera importante o perché l’aumento della diuresi può creare disagio.

Ebbene, per chi non lo sapesse, l’acqua non è da sottovalutare, tutt’altro!

Prima di tutto perché l’acqua è il principale componente dell’organismo, rappresenta circa il 55% del peso corporeo della donna, circa il 60% di quello dell’uomo e fino al 75% del peso corporeo di un neonato.

E cosa ce ne facciamo di tutta quest’acqua? Penseranno alcuni. Nell’organismo umano l’acqua è:

  • indispensabile per la maggior parte delle reazioni metaboliche
  • essenziale per la regolazione della temperatura corporea
  • necessaria per l’eliminazione (principalmente attraverso le urine) di numerosi metaboliti e tossine
  • imprescindibile per la digestione, l’assorbimento e l’utilizzazione dei nutrienti
  • irrinunciabile per proteggere e lubrificare le articolazioni e gli organi e per mantenere elastiche e compatte cute e mucose.

A volte, tuttavia, conoscere i benefici non è sufficiente. Vediamo allora: cosa succede se ci ostiniamo a bere in quantità non sufficiente a coprire le perdite?

Ci disidratiamo e già perdendo acqua pari all’1-2% del peso corporeo la termoregolazione e il volume plasmatico, e quindi le nostre capacità fisiche, ne risentono.

Una perdita di acqua pari a circa il 3-9% del peso corporeo diminuisce la capacità di concentrarsi, causa stordimento, cefalea, parlare confuso, irritabilità, insonnia, aumento della temperatura corporea e della frequenza respiratoria.

Supponiamo di pesare 70 Kg, il 3% del peso corrisponde a 2,1 litri di acqua. Vi sembra difficile perdere 2 litri di liquidi? Considerate che il volume medio delle urine negli adulti è in genere di 1-2 litri, a cui sommare i liquidi persi con le feci, con la sudorazione, con la respirazione.

Insomma essere disidratati è facile. Ancora più facile all’aumentare dell’età quando la sete diminuisce.

Quindi quanto dobbiamo bere? Il fabbisogno minimo di acqua per un individuo si definisce come la quantità d’acqua che garantisce l’equilibrio con le perdite, previene gli effetti negativi della disidratazione (in termini di alterazioni metaboliche e funzionali) e allo stesso tempo garantisce l’eliminazione del carico renale dei soluti. I LARN indicano come assunzione adeguata per l’uomo 2,5 litri al giorno e per la donna 2 litri (con incrementi in gravidanza e allattamento).

Come possiamo ricordarci di bere? Mettendo in bella vista l’acqua e il bicchiere o utilizzando una borraccia o una bottiglia propria e contando quante volte la riempiamo. 2 litri di acqua equivalgono a 4 bottigliette da mezzo litro: posso utilizzare lo smartphone affinché mi ricordi ogni ora di bere mezza bottiglietta e il gioco è fatto!

Non aspettiamo di avere sete per bere!

 

 

Bibliografia: SINU, Società Italiana di Nutrizione Umana. LARN – Livelli di Assunzione di Riferimento di Nutrienti ed energia per la popolazione italiana. IV revisione. Milano, 2014.


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Buongiorno! 🙂

Oggi parliamo di: quali caratteristiche deve avere un piano alimentare per farci perdere peso?

Ricordo un concetto che avevo già trattato: il peso è il risultato di un bilancio. Quindi affinché il peso diminuisca, devo creare un bilancio energetico negativo: le calorie assunte devono essere inferiori rispetto a quelle consumate. Ad esempio, se scopro che consumo circa 2500 Kcal al giorno, introducendo con l’alimentazione 2000 Kcal al giorno, otterrò un deficit energetico di 500 Kcal al giorno. Se questo rimane costante nel tempo, inizierò a perdere peso.

Quindi un piano alimentare per farci perdere peso deve essere ipocalorico, cioè deve fornirci meno calorie di quelle che si suppone noi giornalmente consumiamo.

Ecco l’unica caratteristica che deve avere un piano alimentare per farci perdere peso. Davvero.

Se io scopro che mangiando circa 2300 Kcal il mio peso si mantiene costante, significa che giornalmente io consumo circa 2300 Kcal.  Supponiamo che io voglia dimagrire, allora cercherò di mangiare meno di 2300 Kcal al giorno, per creare un bilancio energetico negativo.  Se poi aumenterò anche il dispendio energetico aumentando l’attività fisica, tanto, tanto, tanto meglio.

Comunque, supponiamo che io decida per perdere peso di scendere da 2300 Kcal consumate al giorno a 1800 Kcal. Queste 1800 Kcal da dove devono provenire per farmi perdere peso? Ai fini delle calorie, non fa differenza. Posso mangiare ogni giorno solo 700 g di pane bianco e acqua, oppure solo mezzo chilo di pasta scondita, oppure solo 1,4 Kg di carne di manzo, oppure solo 470 g di parmigiano, oppure solo 300 g di cioccolato fondente. Sul serio. Avrò sempre assunto circa 1800 Kcal.

Daltronde se aspettiamo un pagamento di 1800€, per noi la provenienza dei soldi non farà differenza: chi ci paga può avere quei 1800€ perché ha lavorato e risparmiato, perché ha ricevuto un’eredità, perché ha vinto al lotto…

Tuttavia è auspicabile che il desiderio di perdere peso sia la conseguenza del desiderio di migliorare la propria salute o almeno che io desideri perdere peso senza danneggiare la mia salute (perché è possibile anche questo. In tutti i 5 esempi estremi su riportati danneggerei la mia salute, pur perdendo peso). Allora, sì, il piano alimentare deve avere tante altre caratteristiche per farmi perdere peso e migliorare la mia salute: la giusta composizione in macro e micro nutrienti, la giusta scelta degli alimenti. Questioni complesse e sempre oggetto di nuovi studi scientifici.

Quindi scegliete bene la persona a cui vi affidate per perdere peso, sappiate che rischiate di peggiorare la vostra salute, che non esistono magie o scorciatoie, e sappiate che c’è un unico corso di laurea che per tre anni insegna come creare un piano di trattamento alimentare per ogni esigenza: il corso di laurea in Dietistica.

 


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Buongiorno! 🙂

In molti dei pazienti che si rivolgono a me emerge un rapporto col cibo distorto, a volte sono i pazienti stessi a dichiararlo, altre volte il problema si manifesta durante la raccolta della storia alimentare e dietetica, già al primo incontro.

Oggi, allora, parliamo di rapporto col cibo e abbiamo la fortuna di parlarne con la psicologa-psicoterapeuta dottoressa Monia Torletta.

“Come mai alcune persone non hanno un buon rapporto col cibo?”

Nella mia esperienza clinica ho riscontrato spesso che le persone che hanno un difficile rapporto con il cibo hanno imparato ad esprimere attraverso esso un disagio e un malessere di natura relazionale. Spesso nella loro infanzia non si sono sentite accolte, riconosciute ed amate, per come avrebbero voluto, da figure affettivamente significative come i genitori o altri adulti di riferimento. Per alcuni di loro il cibo è uno strumento con cui gestire il loro dolore relazionale e le relative ansie e preoccupazioni, per altri un modo per provare a recuperare quel senso di valore personale e di amabilità che sentono di non avere.

“Come si possono superare queste difficoltà?”

Un’esperienza psicoterapeutica può aiutare queste persone a comprendere e rielaborare la loro esperienza relazionale precoce e a lavorare sul senso di disistima e di disvalore personale in modo tale che comincino a considerare loro stesse e gli altri in modo diverso e a costruire relazioni significative più soddisfacenti.

“Grazie per la tua chiarezza, Monia. Vuoi dirci qualcosa di più sul tuo percorso di formazione?”

Dopo la maturità classica ho deciso di dedicarmi alla psicologia che è sempre stato un mio grande interesse e per questo mi sono laureata in Psicologia Clinica all’Università di Firenze con la tesi “Effetti psicologici della sterilità sulla coppia e il ruolo dell’intervento psicologico”. Successivamente ho conseguito la specializzazione in Psicoterapia Costruttivista Ermeneutica presso il Cesipc di Firenze. Nel periodo post-lauream sono venuta a conoscenza dell’approccio costruttivista e mi sono resa conto immediatamente che quello era il tipo di formazione adatta a me perché incarnava la mia idea di lavoro clinico. Alcuni degli aspetti in cui credo di più della mia teoria di riferimento sono la comprensione del paziente e il riconoscimento della sua soggettività. Nel lavoro psicoterapeutico cerchiamo di capire il significato che per i nostri pazienti hanno le loro esperienze relazionali e partiamo dal presupposto che ogni persona attribuisca ad esse un senso del tutto personale. È molto più utile per noi provare a capire perché per quel paziente è importante comportarsi in un certo modo nella relazione con gli altri piuttosto che fare una diagnosi psichiatrica dicendo che il paziente soffre per es. di un disturbo d’ansia o di depressione.

La dottoressa Torletta esercita la libera professione a Firenze (in via Cavour, 64) e da quest’anno anche a Prato (in Viale Montegrappa, 28). Se desiderate contattarla, i suoi recapiti sono: cellulare: 338-2999174; mail: info@moniatorletta.it


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Buon pomeriggio! 🙂

Oggi parliamo di quali sono le premesse perché un percorso di perdita di peso abbia un buon esito.

Mi sono imbattuta in questo pensiero che vi riporto:

“La volontà si rapporta alla chiara conoscenza del fine, all’onesta decisione e a un certo allenamento. Fintanto che un uomo cade nell’errore di credere che ogni tentativo per giungere a una determinata meta è destinato a priori a fallire, non potrà mai compiere alcunché di buono per sé: anche solo per il fatto che non smentisce volentieri se stesso.” *

Dunque,

  1. chiara conoscenza del fine;
  2. onesta decisione;
  3. certo allenamento.

Declinando queste indicazioni in relazione al percorso di cambiamento dello stile di vita, risulta quindi fondamentale che si abbia chiaro il proprio fine: pesare 70 Kg? Perdere 5 Kg? Avere una circonferenza vita inferiore? Migliorare i valori delle analisi sanguigne? Tornare ad indossare i jeans di 10 anni fa? Etc. etc. Vale anche la pena di domandarsi perché abbiamo proprio questo obiettivo.

Dopodiché si deve decidere con onestà di iniziare un percorso, che certo richiederà impegno. Decidere con onestà significa che si immagina che ci saranno dei cambiamenti da fare e che si è pronti ad impegnarsi per farli, senza scuse.

A questo proposito, ecco una lista degli alibi più frequenti: ho un peso eccessivo per colpa…

  • della genetica: non mangio niente eppure ingrasso;
  • di motivi psicologici: sono costretto a mangiare a mezzanotte, altrimenti non mi addormenterò mai;
  • di questioni sociali: in casa non cucino io e non posso decidere, oppure il lavoro mi costringe alla sedentarietà e a un’alimentazione scorretta.

C’è del vero, visto che l’obesità è definita come una patologia ad eziologia multifattoriale, quindi il patrimonio genetico del soggetto, la psicologia dell’individuo, la società in cui il malato vive sono tutte possibili cause dell’obesità. Ma non possiamo scordarci che le nostre decisioni contano e possiamo allenare la nostra volontà.

Infatti, il terzo punto è proprio un certo allenamento. Come ci si allena per raggiungere un risultato sportivo? Con costanza, regolarità e tanto impegno. Allo stesso modo ci si allena per conseguire un risultato in termini di cambiamento dello stile di vita.

Queste sono le premesse perché la volontà ci sostenga in tutto il percorso di cambiamento e anche dopo.

Ricordatevi comunque che non siete soli e il professionista, medico o dietista, che avete scelto per  guidarvi nel percorso, vi aiuterà.

 

 

* Frankl V.E., Logoterapia e analisi esistenziale, Morcelliana, Brescia 2005.


Dott.ssa Erika Rossi
27 settembre 2017
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Buongiorno! 🙂

Oggi… diamo i numeri! 😉

Parliamo di IMC o BMI e classificazione del peso. IMC e BMI sono due acronimi delle stesse parole in due lingue diverse, IMC in italiano e BMI in inglese, IMC sta per Indice di Massa Corporea e BMI per Body Mass Index. L’IMC è un numero che permette di classificare il peso; si calcola dividendo il peso espresso in chilogrammi per il quadrato dell’altezza espressa in metri. Si capisce più facilmente con un esempio:

supponiamo che io pesi 63 Kg e sia alta 1,68 m, il mio IMC sarà pari a 63 Kg : (1,68 m)2 = (63 Kg : 1,68 m) : 1,68 m = 22,32 Kg/m2. Un IMC di 22,32 Kg/m2 corrisponde a un normopeso.

Le classi sono queste:

  • al di sotto di 18,5 Kg/m2 sottopeso,
  • normopeso tra 18,5 Kg/m2 e 24,9 Kg/m2,
  • sovrappeso tra 25 Kg/m2 e 29,9 Kg/m2
  • da 30 Kg/m2 in poi inizia l’obesità.

Capita che arrivino in studio delle persone che si definiscono grasse, possono essere maschi o femmine, ragazzi, giovani o adulti. Lasciamo perdere tutte le riflessioni sociali, psicologiche, linguistiche che potremmo fare e fermiamoci ai fatti, ai numeri. Spesso queste persone hanno un peso corrispondente alla fascia del normopeso, come nell’esempio sopra. Normopeso significa un peso normale, cioè regolare, non patologico.

Se rientrate in questa fascia, non avete bisogno di perdere peso. Potrete desiderare essere più tonici, allora vi serve lo sport. Potrete saggiamente desiderare un’alimentazione più sana, allora, sì, vi serve un dietista. Ma non avete bisogno di perdere peso. I numeri dicono questo.

Quando le persone apprendono che il loro peso è un normopeso, hanno in genere sul momento due reazioni:

  • sollievo: almeno i numeri non mi condannano!
  • dubbio: e allora perché io continuo a vedermi grasso/a?

Meditiamo…

Buona giornata! 🙂


Dott.ssa Erika Rossi
6 settembre 2017
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Buongiorno! 🙂

Ormai in molti siamo rientrati dalle ferie, portando con noi tanti buoni propositi. Tra i più gettonati ci sono: iscriversi in palestra e iniziare una dieta (per mia fortuna! 😉 ).

Quando chiedo ai pazienti qual è il loro obiettivo venendo da me, spesso rispondono in termini di peso: “Vorrei perdere almeno 10 Kg!” oppure “Vorrei tornare a pesare quanto pesavo da giovane: 70 Kg”.

Ma quando è che la bilancia mi mostra un peso inferiore al precedente (facendomi, di solito, esultare)?

Quando è cambiata la mia composizione corporea. Noi, infatti, potremmo considerarci composti di

  • Acqua (60% del peso corporeo di un modello di riferimento);
  • massa proteica (cioè la più popolare massa magra, 15% del peso corporeo);
  • massa minerale (principalmente le ossa, 5% del peso corporeo)
  • massa grassa (19% del peso corporeo, ovviamente del modello di riferimento).

Dunque io peso di meno se diminuiscono:

  • i liquidi
  • la massa magra
  • la massa grassa
  • i minerali (tessuto osseo)

Va da sé che, se sono sovrappeso, io desideri perdere peso solo a seguito della diminuzione della massa grassa. Quindi devo fare attenzione a non esultare quando la bilancia mi mostra un peso minore se non sono sicuro che la diminuzione sia dovuta alla perdita di massa grassa.

Dunque esprimiamo un desiderio, ma con accortezza: pesare di meno, sì, ma grazie alla perdita di massa grassa! 😉


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presso gli Studi Medici della P.A.
Prato Sud
in via Fosso del Masi 110/112
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